Il “giorno della liberazione” di Trump: Un’altra trovata di pubbliche relazioni o un punto di svolta per il riorientamento globale?

Simplicius
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Il nuovo grande risveglio americano è arrivato con l’annuncio di Trump del “Giorno della Liberazione”, una vera e propria dichiarazione di indipendenza economica:

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Gli esperti di tutto il mondo si stanno ora scontrando su cosa significherà per l’economia mondiale questo epocale pacchetto di “tariffe reciproche”.

In primo luogo, va detto che il programma, a quanto pare, non è affatto un programma di tariffe “reciproche”, quanto piuttosto di dazi intesi a bilanciare i deficit commerciali “ineguali” tra gli Stati Uniti e gli altri Paesi. Come ormai molti sanno, il team di Trump ha apparentemente utilizzato una semplice equazione per determinare l’aliquota tariffaria:

Il team di Flexport è riuscito a decodificare la formula utilizzata dall’amministrazione per generare le “tariffe reciproche”. È piuttosto semplice: hanno preso il deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno con ciascun Paese e lo hanno diviso per le importazioni statunitensi da quello stesso Paese. Il grafico sottostante mostra le previsioni di questa formula confrontate con le nuove tariffe effettive.

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Non sorprende che i mercati abbiano subito un bagno di sangue, con un drastico calo del dollaro USA rispetto alle principali valute:

Il dollaro USA è sceso rispetto alle principali valute globali, tra cui l’euro, lo yen giapponese, il franco svizzero, la sterlina britannica e il rublo russo. Si è invece rafforzato nei confronti dello yuan cinese. Il calo rispetto all’euro è il maggiore degli ultimi 10 anni, superiore al 2%.

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Tutto questo potrebbe però far parte del piano di Trump. Saltare alle conclusioni è diventata una seconda natura nel nostro moderno campo dell’informazione, con una cultura della gratificazione istantanea che richiede risultati immediati in ogni momento. I cambiamenti veramente epocali richiedono tempo e, a breve termine, sono accompagnati da grandi sofferenze; questo è naturale quando si annullano decenni di frodi economiche.

Si scopre che l’intero piano di Trump potrebbe essere stato preso da un testo del consigliere economico Stephen Miran. A novembre, Miran aveva scritto A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (Guida alla ristrutturazione del sistema commerciale globale), che, secondo gli esperti, riporta esattamente ciò che Trump sta cercando di realizzare. Uno dei principi fondamentali del documento è la svalutazione deliberata del dollaro USA al fine di rendere le esportazioni statunitensi nuovamente favorevoli e far ripartire la produzione americana. L’intera questione ruota attorno al famoso dilemma di Triffin, secondo cui:

Un Paese la cui valuta è la valuta di riserva globale, detenuta da altre nazioni come riserva di valuta estera (FX) per sostenere il commercio internazionale, deve in qualche modo rifornire il mondo con la propria valuta per soddisfare la domanda mondiale di queste riserve FX. Questa funzione di approvvigionamento è nominalmente svolta dal commercio internazionale e il Paese che detiene lo status di valuta di riserva deve gestire un inevitabile deficit commerciale.

Per riassumere quanto detto sopra per i non addetti ai lavori, un Paese che detiene la valuta di riserva mondiale si trova di fronte a un dilemma significativo, in cui la sua politica commerciale e la sua politica monetaria sono di fatto in contrasto tra loro. Per mantenere lo status di valuta di riserva – e trarre tutti i benefici geopolitici che ne derivano – il Paese deve azzoppare la propria produzione economica realizzando un enorme deficit commerciale, il che significa che il Paese deve importare molto più di quanto esporta, danneggiando – o nel caso degli Stati Uniti, uccidendo – la produzione nazionale.

Perché un Paese deve avere un deficit commerciale per mantenere il suo status di valuta di riserva globale? Perché quando la vostra moneta è la valuta di riserva globale, tutto il mondo ne ha costantemente bisogno per utilizzarla negli scambi internazionali tra i vari Paesi. L’unico modo per mantenere questi Paesi costantemente riforniti di dollari è che gli americani importino tonnellate di merci dall’estero, inviando di fatto dollari ai Paesi produttori, dato che questi acquisti sono effettuati in dollari. Se invece i Paesi produttori acquistassero tonnellate di merci statunitensi, pagherebbero tali esportazioni con dollari, il che significa che tutti i dollari verrebbero rispediti negli Stati Uniti e le nazioni di tutto il mondo avrebbero una grave carenza di dollari statunitensi. Cosa succederebbe allora? Non avrebbero altra scelta che commerciare con le proprie valute, il che significherebbe il collasso del sistema di riserva del dollaro.

Un esempio più semplice: se un francese acquista un pick-up Ford da 50.000 dollari e lo importa in Francia, 50.000 dollari lasciano la Francia e tornano negli Stati Uniti, riducendo le disponibilità in dollari della Francia. Se un americano acquista una Peugeot francese da 50.000 dollari e la importa negli Stati Uniti, invia i suoi 50.000 dollari alla Francia, che aumenta le sue disponibilità in dollari.

Come si è visto, l’unico modo per mantenere lo status di riserva del dollaro è assicurarsi che i dollari statunitensi siano costantemente in circolazione nel mondo, il che può essere fatto solo gestendo un massiccio deficit commerciale in cui le importazioni di beni esteri (flussi in uscita di USD) superano di gran lunga le esportazioni di beni nazionali (flussi in entrata di USD).

Tutto questo contestualizza l’attenzione del documento di Miran sulla “sopravvalutazione del dollaro”, in particolare sotto l’aspetto della sicurezza nazionale. Miran nota giustamente che la sicurezza nazionale degli Stati Uniti nelle attuali circostanze è degradata a causa dell’erosione del potenziale manifatturiero che rende gli Stati Uniti incapaci di produrre i mezzi essenziali per la propria difesa. La tesi di Miran inoltre considera le tariffe non semplicemente come una forma rapida ed economica di “entrate”, come alcuni presumono, ma come uno strumento per riequilibrare favorevolmente le quotazioni delle valute globali.

Le tariffe come leva: Le tariffe sono uno strumento primario per affrontare gli squilibri commerciali, non solo per ottenere entrate, ma anche per forzare gli aggiustamenti valutari e proteggere le industrie nazionali.

Quanto detto non significa che con l’ultima mossa Trump intenda porre fine al sistema di riserva del dollaro. Al contrario, intende portarlo avanti in un modo più “equo”. Dal documento:

Nonostante l’importanza del ruolo del dollaro nel settore manifatturiero statunitense, il presidente Trump ha sottolineato il valore che attribuisce al suo status di valuta di riserva globale e ha minacciato di punire i Paesi che si allontaneranno dal dollaro. Mi aspetto che questa tensione si risolva con politiche che mirino a preservare lo status del dollaro, ma che migliorino la condivisione degli oneri con i nostri partner commerciali.

Per coloro che sostengono che le tariffe doganali danneggiano il consumatore americano, costretto a sostenere l’onere dei costi, il documento illustra come ciò possa non essere vero:

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In sostanza, la svalutazione della valuta estera può compensare i dazi sulle importazioni. Noterete che questo sembra contraddire anche la premessa della svalutazione del dollaro, ma è qui che la questione diventa molto più complicata. Da quanto ho capito, il documento propone di trovare un equilibrio, spiegando che se i Paesi avversari scelgono di svalutare le loro valute come reazione per aumentare le proprie esportazioni, il dolore potrebbe essere “compensato” dalla spiegazione di cui sopra. I Paesi amici, invece, potrebbero accettare di contribuire alla svalutazione del dollaro in quello che Miran immagina come i “Mar-a-Lago Accords”, simile agli Accordi del Plaza o addirittura all’accordo di Bretton Woods.

Miran prevede anche che le tariffe siano solo la prima fase di un’operazione più elaborata. I dazi potrebbero essere usati solo come una frusta iniziale per portare i Paesi a negoziare, mentre Trump passerà poi a un approccio che prevede l’alleggerimento o la rimozione dei dazi per i Paesi che accetteranno di finanziare “significativi investimenti industriali” nel settore manifatturiero statunitense.

Per questo motivo, si prevedono diverse fasi del processo, come il rafforzamento del dollaro e il suo eventuale indebolimento:

In ogni caso, poiché il Presidente Trump ha dimostrato che le tariffe sono un mezzo per avere una leva negoziale di successo e estrarre ricavi dai partner commerciali, è molto probabile che le tariffe vengano utilizzate prima di qualsiasi strumento valutario. Poiché le tariffe sono positive per il dollaro, per gli investitori sarà importante capire la sequenza delle riforme del sistema commerciale internazionale. È probabile che il dollaro si rafforzi prima di invertire la rotta, se lo farà.

Miran rileva tuttavia dei pericoli:

In quarto luogo, queste politiche potrebbero rafforzare gli sforzi di coloro che cercano di ridurre al minimo l’esposizione agli Stati Uniti. Gli sforzi per trovare alternative al dollaro e agli asset in dollari si intensificheranno. L’internazionalizzazione del renminbi o l’invenzione di una sorta di “moneta dei BRICS” presentano tuttora notevoli difficoltà strutturali, per cui è probabile che tali sforzi continuino a fallire, ma è probabile che ne beneficino asset di riserva alternativi come l’oro o le criptovalute.

Ora la discussione principale verte sul fatto che gli Stati Uniti abbiano ancora una spina dorsale manifatturiera in grado di essere rivitalizzata. Molti sostengono che, a questo punto, le cose sono “andate troppo avanti”: le infrastrutture sono state trascurate per troppi decenni, intere generazioni hanno perso le conoscenze per costruire le cose e forse, ancora peggio, è che la cultura in America è diminuita fino a diventare una sorta di pozzo avvelenato che ha disincentivato la nuova generazione dall’accettare i tipi di lavoro che avrebbero portato a un immaginario boom manifatturiero o a un’età dell’oro.

Come suggerisce un thread:

Nel 1973 gli Stati Uniti avevano prodotto 111,4 milioni di tonnellate di acciaio. L’industria impiegava 650.000 persone. Oggi l’industria impiega 142.000 persone e gli Stati Uniti producono 79,5 milioni di tonnellate d’acciaio, il che è indubbiamente meglio del nadir di soli 60 milioni di tonnellate sotto Reagan.

I dati indicano che oggi ci sono quasi 5 milioni di lavoratori in meno nel settore manifatturiero rispetto al 2000, nonostante che, da allora, la popolazione statunitense sia cresciuta di ben 60 milioni di persone.

Per molti versi, ciò che Trump sta tentando di fare è costringere il mondo a una forma moderna di neofeudalesimo imperiale, in cui gli Stati vassalli pagano profumatamente per il privilegio di sottostare al racket della “protezione”. Qualcuno sosterrà che si tratta di un sistema equo; in termini anglosassoni, forse. La Cina immagina un ordine globale molto diverso, senza la necessità di minacce e coercizioni mafiose.

È importante notare che il piano multifase di Trump prevede la graduale sostituzione dell’IRS con l’ERS (External Revenue Service). Il Segretario al Commercio di Trump, Howard Lutnik, lo ha detto più volte, con crescente enfasi negli ultimi tempi:

Trump commette un piccolo errore nella parte finale della sua dichiarazione di cui sopra: sostiene che le tariffe ci avrebbero salvato dalla Grande Depressione, omettendo che le famigerate tariffe Smoot-Hawley, in realtà, ci provarono disperatamente e, probabilmente, peggiorarono le cose. Si corregge, ma dice che a quel punto era “troppo tardi” per agire: un giudizio negativo che si può facilmente applicare anche a questi suoi tentativi di intervenire sull’arco terminale dell’Impero.

Un “fact checker” ha affermato che sarebbe materialmente impossibile sostituire le entrate fiscali con i dazi:

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Potrà anche essere vero, ma solo perché le spese del governo degli Stati Uniti sono attualmente così elevate da rendere necessario un gettito fiscale enorme per finanziare il governo, per di più con un deficit ormai alle stelle. Sono necessari tagli importanti per riportare la spesa federale ai livelli originariamente previsti: si può facilmente iniziare con l’ipertrofico bilancio della difesa da 1T di dollari. Una volta che il bilancio sarà stato portato a un livello fiscalmente responsabile, allora le tariffe potranno potenzialmente essere applicate per gestire il resto.

Con la forza lavoro già destinata a essere tagliata da Trump, l’IRS [l’agenzia governativa deputata alla riscossione dei tributi] è terrorizzata:

L’agenzia sostiene che i contribuenti che prevedono una carenza di agenti dell’IRS quest’anno correranno il rischio e non presenteranno la dichiarazione dei redditi, con la speranza che presto non ci sarà più nessuno a controllarli:

L’Agenzia delle Entrate ha “notato un’impennata di chiacchiere online da parte di individui che dichiarano la loro intenzione di non pagare le tasse quest’anno”, riporta il Washington Post, citando tre persone a conoscenza delle proiezioni fiscali.

Il Washington Post ha aggiunto che le persone “scommettono che i revisori non esamineranno i loro conti”, in considerazione del fatto che il DOGE [Department of Government Efficiency] intende ridimensionare l’IRS di quasi il 20% entro il 15 maggio.

Come detto in precedenza, molti ritengono che la grandiosa visione di Trump sia troppo poco e arrivi troppo tardi, ma la controargomentazione è che il mondo è ora in una corsa al ribasso, con le nazioni europee ben in testa. Forse Trump non riaccenderà un’età dell’oro americana, ma le sue audaci e drastiche azioni probabilmente stringeranno il giogo intorno ai vassalli europei, assicurando per gli anni a venire la supremazia americana in quella parte del mondo.

Il grande interrogativo che rimane è quanto l’America possa realisticamente diventare competitiva nei confronti della Cina. È difficile immaginare che l’America possa recuperare terreno senza ricorrere a una guerra totale, facendo arretrare la Cina di diversi decenni, motivo per cui probabilmente continueremo ad assistere ad importanti provocazioni. Almeno per quanto riguarda il primo aspetto, l’Economist nel suo ultimo articolo è d’accordo:

Come ultima nota, è stato detto che la Russia non è stata inclusa tra le tariffe di Trump perché, con le sanzioni contro la Russia, gli scambi commerciali tassabili sarebbero molto pochi. Diversi organi di stampa hanno smentito questa spiegazione:

Gli Stati Uniti non hanno imposto nuove tariffe contro la Russia e hanno mentito (!) sulle ragioni dell’assenza di tali tariffe, – Le Monde

▪️The Casa Bianca afferma che “le sanzioni statunitensi impediscono già qualsiasi commercio significativo con la Russia”, ma, in realtà, la bilancia commerciale USA-Russia nel 2024 era di circa 3,5 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra superiore a quella delle Mauritius e del Brunei, contro i quali sono stati imposti dazi rispettivamente del 40% e del 24%.

▪️Se Russia e Bielorussia fossero inserite nell’elenco dei Paesi soggetti a nuovi dazi doganali, le tariffe [nei loro confronti] sarebbero rispettivamente del 42% e del 24%.

Gli Stati Uniti commerciano di più con la Russia che con Paesi come le Mauritius o il Brunei, che sono nella lista dei dazi di Trump”, ha scritto Axios, smentendo le parole dei funzionari statunitensi.

Se fosse vero, si tratterebbe di uno sviluppo interessante, in quanto significherebbe che il riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia è molto più profondo di quanto appare e che, secondo Trump, ingraziarsi la Russia sarebbe modo per capovolgere davvero il mondo con un’eventuale partnership senza precedenti tra le due superpotenze.

Questo avviene mentre l’inviato personale di Putin per lo sviluppo economico, Kirill Dmitriev, è atterrato oggi a Washington insieme a un circuito mediatico completo: Video 1, Video 2. Dmitriev è un finanziere nato a Kiev, cresciuto negli Stati Uniti e formatosi alla Goldman Sachs, che ha una conoscenza unica del territorio. La sua recente ascesa alla ribalta indica chiaramente l’avvicinamento degli interessi commerciali russi e americani e il disgelo delle relazioni, che potrebbe essere un segnale positivo per la strategia di riorientamento globale a lungo termine di Trump.

Simplicius

Fonte: simplicius76.substack.com
Link: https://simplicius76.substack.com/p/trumps-liberation-day-another-pr
04.04.2025
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

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