Dieci milioni di case vuote e si continua a costruire per far crescere il Pil, “prodotto insano lordo”

L’associazione “Salviamo il paesaggio”, che da anni fa un egregio lavoro di tutela del territorio, ci informa che in Italia la cifra monstre di case vuote è di dieci milioni (dati Istat e Open Polis), cioè quasi una su tre, di cui ben quattro milioni completamente abbandonate e sparse quasi ovunque. Ma dato che la cementificazione fa crescere il “prodotto insano lordo”, non si vuole fermare il cancro cementizio, con tutto quello che ne deriva di introiti. Del resto di cosa preoccuparsi? Mica in Italia ci sono disastri idrogeologici, non c’è mica pericolo di alluvioni, frane, smottamenti, crolli. Di cosa stupirsi o scandalizzarsi se, solo come esempio fra i purtroppo tantissimi, Milano fa un decreto urbanistico per aumentare la già pressochè totale cementificazione, tanto che ormai quelle zone sono una unica continua distesa di case, palazzi, mega centri commerciali, centri logistici, capannoni, strade, autostrade, tangenziali. Oppure se la regione Emilia Romagna continua imperterrita a costruire proprio laddove ormai ogni anno si verificano alluvioni, in barba a qualsiasi logica, senso, come se nulla fosse, alla luce del sole.
E addirittura i sindaci delle grandi città vanno in processione al Parlamento europeo per chiedere ancora più soldi per costruire, usando la scusa che non ci sono gli alloggi sociali, che c’è la crisi abitativa, roba che solo a sentirla non si sa se ridere o piangere. Hanno il coraggio di chiedere ancora più cementificazione con dieci milioni di case vuote e le città ormai ridotte a vetrine e strapiene di air bnb.  Oltre a ciò la popolazione italiana è in netto declino, con una demografia a picco.
Quindi ricapitolando, facciamo ragionamenti semplici semplici, che potrebbe capire anche una capra. Abbiamo dieci milioni di case vuote, la popolazione in diminuzione, il paese a estremo rischio idrogeologico, e cosa si fa? Si continua a costruire, ovviamente, siamo in Italia!
Ma ora parliamo di cose serie, ovvero di fantascienza: praticamente in ogni Comune ci sono alloggi o terreni pubblici o di privati abbandonati che magari da decenni sono in quelle condizioni. Che dire poi di tutto il patrimonio della Chiesa sparso ovunque e del quale non ci sono proprio fisicamente le forze per occuparsi, data la cronica crisi di vocazioni ed estrema anzianità o l’abbandono di coloro che in qualche modo tenevano in piedi quelle strutture.
In questa situazione ci sono due possibilità di intervento: la prima è che persone serie di buona volontà e organizzate chiedano alle istituzioni o ai privati l’uso di questi immobili e terreni attraverso comodati d’uso, affitti calmierati o simili, presentando progetti di rinascita della vita comunitaria in questi posti. A giudicare dalle tante persone che si licenziano e vogliono cambiare vita, che vogliono fare lavori sensati, ritornare alla terra o comunque riavvicinarsi alla natura, l’occasione è imperdibile.
La seconda ipotesi, che si può sposare con la prima, è quella che ha proposto il Comune marchigiano di Terre Roveresche (PU) (qui la delibera), che viene supportato dall’associazione “Salviamo il paesaggio”: gli stessi Comuni promuovano, attraverso il recupero di immobili privati abbandonati, il ripopolamento dei luoghi.
Anche in questo caso ci sarebbe tutto per agire, edifici e terreni potenzialmente disponibili, addirittura un esempio fornito da una amministrazione illuminata, basterebbe passare all’azione.
Ultima considerazione per coloro che affermano che se si volesse andare tutti a vivere in campagna non sarebbe possibile perché non ci sarebbe abbastanza terreno o case. A parte il fatto che già il 25% della popolazione vive in campagna, va detto che l’Italia è tragicamente abbandonata proprio dove è più bella, e magari ci fosse un controesodo dal cancro cittadino alle campagne, perché si recupererebbe una vita più reale e sana. Si tornerebbe semplicemente dove si è abbandonato tutto, lasciando le città e ripopolando la campagna quindinon ci sarebbe quindi nessun problema di spazi e terreni. Tutto semplice, lapalissiano e soprattutto sostenibile e fattibile; basta dunque con consumi e impatto ambientale pesantissimi, spese folli e difficoltà di autoproduzione di cibo ed energia. Inoltre si potrebbe far parte di progetti comunitari, compresi i single, che nelle città sono tantissimi, con soglie anche di metà dei residenti.
Chi vuole darsi delle solide basi per fare passi concreti verso il cambiamento reale, si può leggere il libro Essere normalmente speciali, che approfondisce proprio questi argomenti e propone come e cosa fare quando si vuole cambiare vita e lavoro, ricreando anche il tessuto comunitario.

E chi vuole passare subito all’azione può richiedere una consulenza su queste tematiche alla mail info@paea.it
 
 
 

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