Università, saperi critici, militarizzazione. Una proposta di discussione dell’antropologia italiana a partire dalla questione palestinese

di AntropologƏ per la Palestina

Nel momento in cui si realizzi che tutte le istituzioni risultano funzionali al nostro sistema economico, si giunge ad una presa di coscienza successiva che potrebbe definirsi il momento della razionalizzazione politica. Infatti, nel loro essere funzionali al sistema, le istituzioni si rivelano direttamente legate ai valori della classe dominante che le crea e le determina, dimostrando come la loro funzione consista essenzialmente nel mantenimento di questi valori e nel garantirne l’efficacia nella manipolazione di un’intera società. L’azione che si vuole attuare in un’istituzione funzionale al sistema non può quindi limitarsi ad un semplice capovolgimento umanitario della situazione specifica, ma dovrebbe agire all’interno della funzionalità dell’istituzione nei confronti del sistema stesso (Franco Basaglia, L’utopia della realtà, p. 176)

Come AntropologƏ per la Palestina, un collettivo di docenti/ricercatori/ricercatrici di Antropologia Culturale, abbiamo organizzato una due giorni a Siena (11 e 12 Aprile: qui il programma) dal titolo “L’antropologia di fronte al genocidio. Giornate di studio in solidarietà con il popolo palestinese”. Abbiamo scelto una formula che ci sembra in grado di rompere l’opposizione fittizia tra teoria e pratica (politica), che è alla base dell’altrettanto fittizia “neutralità” scientifica. Nella prima giornata parliamo di accaparramento delle terre e sfide epistemologiche relative alla questione palestinese con la partecipazione, tra gli altri, di Ruba Salih (Università di Bologna), Rema Hammami (Università di Birzeit), Noureddine Amara (Università di Zurigo),  Mahmoud Hawari (Università di Birzeit), Hafsa Marragh (Università di Napoli L’Orientale), Izzeddin Araj (Università di Ginevra) e Ziad Medouck (Al Aqsa University).  Mentre nella seconda giornata, che si concluderà con un laboratorio sul cinema palestinese ed alcune testimonianze da Gaza, abbiamo proposto la mattina una discussione assembleare del comparto “istruzione”, dal titolo “Militarizzazione della ricerca e dell’istruzione e silenziamento dei saperi critici: quali direzioni, quali resistenze?”. L’obiettivo è quello di un dialogo tra docenti di ogni ordine e grado, organizzazioni studentesche, realtà organizzate del mondo dell’istruzione, sindacati, rispetto a quello che la questione palestinese, l’accelerazione della tendenza alla guerra, i tentativi di “disciplinamento” dell’istruzione, comportano per il mondo della scuola e dell’università e quali strumenti ci diamo per il controllo e l’opposizione a questi processi.

Diversi mesi fa avevamo ritenuto opportuno intervenire nel dibattito pubblico  rispetto a quello che sta accadendo in Palestina, che si differenzia soltanto per grado, e non certo per natura, con quello che in quella terra accade dal 1948: un genocidio che passa per la costante espropriazione della terra, delle risorse e delle possibilità stesse di residenza dei palestinesi; una continuità che solo uno sguardo razzista e coloniale può occultare eleggendo il 7 ottobre del 2023 a origine di tutto, negando la storia, la cultura, l’umanità e la sofferenza dell’altro.  Decidemmo di scrivere un appello mentre i nostri tentativi di assumere il boicottaggio accademico in maniera ufficiale furono ampiamente ostacolate dalle organizzazioni di categoria.

Se nelle strade, rispetto al solito “ceto politico” o “di movimento”, si produceva una promettente eccedenza di mobilitazione, la questione palestinese avanzava sempre più come tema all’interno delle università, grazie all’impegno di organizzazioni studentesche che hanno sostenuto presidi, prodotto materiali, e costretto le istituzioni accademiche a scegliere tra il confronto aperto o la esplicita repressione. La questione palestinese era il punto di caduta di altre problematiche del settore istruzione, il cui rischio è di assomigliare a quello israeliano.

La traduzione in Italia del libro Torri d’avorio e di acciaio di Maya Wind condensava tutte le complicità delle università Israeliane con il colonialismo e il suo progetto genocida (appoggio visibile sin dalla visita alle home page di queste istituzioni):  da un lato, nei termini di come i saperi (archeologia, storia, scienze sociali) prodotti al loro interno creassero l’ulteriore patina ideologica per l’avanzata del progetto israeliano; dall’altro, sul livello del supporto all’industria bellica:  le università israeliane hanno stabilito dei programmi con aziende leader nel settore militare (Iai, Rafael, Elbit) che progettano gli F-16, i carri armati Merkava, gli elicotteri apache usati in tutte le recenti campagne militari contro la striscia di Gaza (2008-2009, 2012, 2014, 2021), puntualmente sanzionate come “crimini di guerra” dal consiglio ONU per i diritti umani. Queste aziende prontamente ricambiano con cospicue borse di studio, posti di lavoro garantiti come sbocco agli studenti e centinaia di migliaia di dollari per la ricerca (inutile sottolineare in che direzione…). Se il primo problema da porsi era dunque quello degli accordi di collaborazione delle nostre istituzioni accademiche con università israeliane direttamente coinvolte nell’oppressione dei palestinesi, come non temere, contestualmente, che questi approcci possano essere dei modelli accattivanti per la nostra università sempre più definanziata e colpita dai tagli al fondo ordinario del luglio 2024 e dalla nuova riforma sul preruolo dell’agosto successivo? Iniziava a irrompere nel dibattito pubblico, anche grazie alla pubblicazione di “università e militarsimo” di Michele Lancione, il tema delrapporto tra università e la filiera bellica: il Legame con Leonardo S.p.a., il ruolo della fondazione Med-Or, le dinamiche di accordo con pezzi dell’esercito, nonché le infinite possibilità determinate dal cosiddetto “dual use”, ovvero la possibilità che le tecnologie (ma anche le etnografie) sviluppate da ricercatori e dipartimenti scientifici possono essere utilizzate sia per usi militari che per usi civili.

In parallelo si amplificava un livello di “disciplinamento”  del personale accademico rispetto a quanto già visto nelle precedenti crisi: a livello internazionale Ghassan Hage viene licenziato dal Max Plank Institute per alcune sue affermazioni sulla questione Palestinese, una feroce campagna mediatica viene avviata contro Luciano Vasapollo per aver espresso l’idea che Israele fosse uno stato terrorista, in diverse occasioni incontri che contengono il termine “genocidio” vengono vietati, nonostante le disposizioni di diversi organi di giustizia internazionale, e nonostante la costante aggiunta di migliaia di morti al macabro conteggio, i feriti gravi, i mutilati e un orrore israeliano arrivato a denudare e legare il personale degli ospedali, bruciare tende con bambini, sparare sul personale sanitario, e, soprattutto, parlare pubblicamente della volontà di deportazione di massa dei palestinesi altrove.

Gli accadimenti più recenti non descrivono un cambio di tendenza, ma anzi confermano la complessità e la pericolosità della fase storica che stiamo attraversando: se negli Stati Uniti sono partite direttive per il divieto di alcune espressioni e temi di ricerca, accompagnate alle persecuzioni di coloro che si erano attivati per la questione palestinese, le cose da noi non vanno certo meglio. Le recenti linee guida per la scuola primaria propongono una visione di suprematismo europeo (gli unici a conoscere la storia e la libertà), mentre si propone di sottoporre le strutture universitarie e della pubblica amministrazione all’obbligo di fornire informazioni ai servizi segreti su student_ e docenti, sancendo materialmente e simbolicamente la negazione dell’autonomia dell’università. Difficile immaginare che queste intimidazioni non abbiano processualità reale, soprattutto in un mondo trasformato in lavoro ad alto livello di precarietà e, dunque, di ricattabilità. Lo scorso 22 marzo ad un convegno sull’università organizzato da Cambiare Rotta, Tommaso Montanari ha posto la seguente e sacrosanta domanda “Come è possibile difendere l’università come luogo del sapere critico se è un sistema basato sullo schiavismo?”. Bisogna immaginarci una università diversa, la cui funzione sociale sia invertita rispetto alla mera partecipazione ai processi di valorizzazione e alla produzione di soggettività utili solamente a svolgere compiti specifici nella grande catena di montaggio sociale. Noi non vogliamo tirarci indietro dalla responsabilità di dover svolgere un ruolo, costruendo saperi diversi, antagonisti, anticoloniali, che possano nascere e calarsi immediatamente sul piano delle pratiche.

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