LA QUESTIONE ANGLOSASSONE E LE NOSTRE IMMAGINI DI MONDO

Di Franco Ferrè per ComeDonChisciotte.org

Pierluigi Fagan è senza dubbio una delle menti più raffinate che oggi siano presenti nel panorama culturale italiano. Lui si autodefinisce genericamente “studioso della complessità”, ma in realtà porta avanti un ben individuato approccio ai problemi, approccio che è definibile, secondo un’accezione che lui stesso adotta, MIT-disciplinare, ovvero Multi-Inter-Trans-Disciplinare. L’approccio MIT-disciplinare è quanto di più trasversale, multivariato, flessibile si possa oggi immaginare tra tutti gli approcci possibili alla dimensione che potremmo definire della “conoscenza del reale”, poiché cerca di mettere insieme le conclusioni più feconde, utili e fondate di tutte le principali discipline di studio oggi praticate. L’ambizione è più che guadagnare in termini di comprensione globale quello che si perde in dettaglio praticando la conoscenza tradizionale, che opera per lo più in modalità “verticale”, ovvero studiando in profondità solo una delle discipline possibili.

Fagan ha appena pubblicato “Benvenuti nell’era complessa”, un libro di grande spessore, e non certo per la sua notevole dimensione, quanto per l’ambizioso tentativo di approcciare in questo modo la questione della modernità umana e della sua capacità di essere adatta (aggettivo che lui usa spesso) alle caratteristiche sempre più complesse del mondo in cui si trova a vivere; nel fare ciò, l’autore parte dal punto più arretrato e iniziale possibile, ovvero il nostro modo cognitivo fondamentale. E’ questa la parte di libro che ho letto finora, parte nella quale Fagan cerca di capire quanto la nostra “immagine di mondo” sia il risultato più o meno deterministico non solo dei nostri geni e/o della nostra cultura, ma, più in generale, del nostro modo di pensare, inteso come frutto dell’imprevedibile (e complessa) interazione prolungata tra caratteristiche biologiche e strutturali del cervello umano e ambiente di riferimento inteso come contesto all’interno del quale va ottenuta la sopravvivenza prima degli individui e poi della specie.

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Nel fare ciò, Fagan individua a un certo punto un tema di grandissimo interesse, che potrebbe fornire una chiave interpretativa efficace di parecchi dei problemi che l’assetto geopolitico attuale presenta. Fagan la etichetta come la “questione anglosassone” che, con varie accezioni, è stata a volte (e con grande cautela) anche trattata dalla pubblicistica mainstream (ad esempio, QUI un articolo di Limes, da cui è tratta la mappa sotto riportata); essa, secondo l’autore del libro, ha avuto e continua ad avere profonde influenze e conseguenze sulla nostra immagine di mondo, il che, a sua volta, retroagisce sul modo in cui – come Occidente – approcciamo i problemi di adattamento della nostra società al mondo stesso: si tratta di rendersi conto di quanto ed in che misura molte delle cose che fino a qui noi occidentali abbiamo pensato e creduto in merito ad una certa natura della nostra specie e, da qui discendendo, abbiamo poi applicato ai vari e più disparati campi del nostro intero sistema sociale, non siano frutto di una esatta e “scientifica” idea di come funziona il mondo e di come agisce l’essere umano, ma derivino soprattutto dalla enorme e pervasiva influenza della visione del mondo portata al successo da una specifica area etnico-culturale della specie umana, quella anglosassone.

Il tema, di grande attualità, è stato esplorato anche in un recente articolo del sito Kulturjam riportato qui su Comedonchisciotte, articolo che questo testo si propone di approfondire, anche con citazioni dirette dal libro di Fagan.

E’ fuori di dubbio che gran parte delle cose che sappiamo (o crediamo di sapere) su molti degli argomenti che formano il nostro universo cognitivo e determinano, appunto, la nostra immagine di mondo, derivino da assunti che affondano le proprie radici in teorie elaborate in specifici campi per lo più negli ultimi due/tre secoli da esponenti della cultura dei paesi egemoni dal punto di vista politico ed economico, provenienti, cioè, dal mondo anglosassone e che poi sono state applicate per analogia a tutto il resto. Se parliamo di evoluzione della specie, ad esempio, non possiamo non riferirci a Darwin, e se parliamo di Darwin non possiamo non pensare a quali e quanti campi è stato ed è tuttora applicato – in modo più o meno ortodosso – il così detto Darwinismo, cioè tutto quell’insieme di assunti che pongono la selezione – più o meno naturale – degli individui di una specie come condizione per la sua sopravvivenza.

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Charles Darwin nel 1881

Quante volte si è letto o scritto che, in fondo, è un bene se i più deboli (qualunque cosa si intenda nei vari contesti per “debole”) vengono eliminati dal campo? E quante volte questo è servito a giustificare la prevalenza di uno qualunque dei “forti” (qualunque cosa si intenda nei vari contesti per “forte”) indipendentemente dal come e dal perché esso fosse riuscito a prevalere in quel determinato campo? Che il Darwinismo potesse servire un po’ dappertutto era evidente, del resto, già a coloro che, nella Royal Society del tempo, forzarono lo stesso Darwin a pubblicare il suo lavoro, benché lui fosse tutt’altro che sicuro dell’esattezza delle sue teorie e rimandasse alle future scoperte l’onere di colmare i “buchi” che per lui erano ben evidenti fin dal principio. Darwin riuscì a fermare i suoi entusiasti mentori per una ventina d’anni dopo il suo ritorno dal viaggio intorno al mondo in cui aveva formulato le sue ipotesi, ma alla fine i sostenitori prevalsero e nel 1859 “L’origine delle specie” fu infine pubblicato, ottenendo subito un entusiastico successo, caso unico o quasi nella storia delle scoperte scientifiche per una teoria che sembrava contraddire tutte le precedenti visioni sulle modalità di evoluzione di quella specie che lui faceva discendere dalle scimmie, mentre addirittura avrebbe dovuto, secondo la tradizione, essere stata creata da Dio al settimo giorno a sua immagine e somiglianza.(*)

Fagan, però, non si occupa solo specificamente di Darwin, perché fa un passo ulteriore e di lato: egli cita in realtà anche altri casi di teorie che hanno inferito – spesso indebitamente – certe caratteristiche della specie umana da tesi arbitrariamente formulate dal mondo anglosassone: dall’Homo Oeconomicus degli economisti, all’Homo Homini Lupus di Hobbes, sul quale Fagan dice causticamente (pagg.57 e segg.)

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“(…) per giustificare la vita in società, agli anglosassoni serviva un contratto.”

Ci si riferisce qui al contratto sociale citato da Hobbes come conditio sine qua non perchè l’individuo ceda parte delle sue libertà al Leviatano, cioè allo Stato politicamente inteso, in cambio dell’uscita da quello stato di belligeranza che sarebbe, secondo Hobbes, tipico della natura umana. Invece ad altri pensatori situati ad altre latitudini con diverse condizioni di natura, da Aristotele in poi

“(…) risultava che “per natura l’uomo è animale sociale”, nasce da sempre già in società. Lo stesso risultava agli antichi cinesi (…) similmente per i discendenti dell’area indo-gangetica, dove nessuno si è mai posto il problema di ‘giustificare la società’, quella cosa che risultava strana solo agli anglosassoni, fino a negarla, come fece Margaret Thatcher.”

Fagan, partendo dal suo approccio trasversale e multidisciplinare, collega l’origine di questa visione del mondo alle condizioni ambientali in cui gli anglosassoni, in quanto ethnos, hanno primariamente sviluppato la propria storia e ricavato le risorse per la propria affermazione, condizioni dettate innanzitutto da una natura – quella del Nord Europa – poco favorevole e dalla pre-esistenza in quei luoghi di altre popolazioni che dagli anglosassoni sono poi state distrutte e/o scacciate altrove con la forza. Questo è all’origine, secondo lo studioso, della loro immagine di mondo, che si presenta competitiva, individualista, bellicosa e poco cooperativa, e che tende a negare la dimensione sociale.

“Pare sconveniente, oggi, citare le origini etniche” dice Fagan, ma non si può negare che, se la visione di quella che, soprattutto negli ultimi secoli, è stata l’etnìa più potente e ricca, quindi dominante, è così profondamente a-sociale, essa abbia tentato di applicare per analogia a tutto l’umano lo stesso paradigma, riuscendoci pure in una certa misura, poiché, grazie al proprio potere economico-politico-militare, quella classe dirigente ha finito per determinare anche parte rilevante della ricerca scientifica e della produzione culturale più diffusa e, quindi, di immagini di mondo poi condivise non solo nel mondo anglosassone, ma in tutto quello che viene chiamato Occidente. La visione anglosassone del mondo, continua Fagan

“porta ad una certa esaltazione acritica della guerra, anzi a retro-proiettare lo stato di guerra come condizione umana standard e sin dal profondo passato, come una vera e propria ‘essenza’ dell’umano. Così per l’ossessione per la scarsità della natura, in effetti nell’Europa del Nord assai sterile e poco confortevole, principio a base della moderna teoria economica che ha contato per il 90 per cento di Premi Nobel dati da anglosassoni a studiosi anglosassoni. (…) Quei presunti universali delle forme asociali, competitive, ossessionate dalla scarsità e dalla feroce lotta per la vita si applicano anche in India, in Cina o in Africa? Il nostro universalismo lo dobbiamo ripensare come un imperialismo cognitivo che ci permette nel qui e ora di legiferare per l’ovunque e il sempre? (…) o dobbiamo sospettare che, vista l’alta componente narrativa di questi studi, ci abbiano anche sostanziosamente proiettato sopra il film della propria mentalità (…)?”

Del resto, continua Fagan, “i vecchi invasori angli, sassoni, frisoni e juti divennero poi l’aristocrazia inglese sottomettendo con armi, stupri, incendi e distruzioni umane e materiali gli antichi britanni e celti. Quest’idea di natura umana competitiva, egoista, malvagia, bellicista, conflittuale, alle prese con l’eterna lotta per la sopravvivenza e l’occhiuta selezione naturale (…) di una natura matrigna e cattiva per accaparrarsi le risorse pensate endemicamente scarse, è diventata la versione dominante di una precisa classe in cima alla gerarchia sociale, tesa a dominare (…) non avendo in tradizione alcun concetto di limite ed anzi avendo fondamento nella libertà unilaterale e nella irrefrenabile volontà di potenza”

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Le migrazioni anglosassoni – Carta di L.Canali per Limes, n.8/2020

Questa analisi di Fagan è sinistramente somigliante alle continue esternazioni, ad esempio, dei vari fantocci a capo della NATO o degli stessi esponenti inglesi, tedeschi, olandesi, statunitensi etc in merito alla necessità assoluta di continuare la guerra in Ucraina. E quanta analogia c’è anche con i concetti di “autodifesa” esternati dai vari esponenti dello stato di Israele, spesso di formazione e cultura nordamericana, votati più che altro all’eliminazione fisica del problema palestinese, del resto apparentemente accettata anche dall’amministrazione Trump (pur sempre altri anglosassoni, non certo più “buoni” dei predecessori, ma solo un po’ più scaltri nel valutare costi e benefici delle varie situazioni). E quante analogie, all’opposto, sono rintracciabili nell’orientamento cooperativo e auspicabilmente multipolare apparentemente mostrato dai BRICS con la visione contraria dell’essere umano: collaborativo, sociale, non conflittuale, in senso antropologico quindi più tipicamente umana? Visione che i paleoantropologi citati da Fagan associano con le origini stesse di quasi tutti i gruppi umani, tipicamente e per gran parte della propria permanenza sulla Terra collaborativi, non conflittuali e spesso nemmeno gerarchici (ma questo è un discorso pieno di implicazioni da affrontare a sè), come dimostrano le scoperte più recenti e diffuse.

Non sarà bello parlare di etnìa, ma se l’etnìa spiega il reale, allora forse bisogna cominciare a ripensare in modo diverso anche a questa ossessione così politically correct (altro concetto anglosassone) per il fatto che l’etnìa non conta; non sarà forse questo l’ennesimo tentativo di camuffare dietro un valore apparentemente universale un interesse molto, molto particulare (citando Machiavelli), ovvero poter continuare a imporre a tutti la propria immagine di mondo pretendendo che quello sia l’unico modo “naturale” di vedere la realtà?

Concludendo, valgano ancora le parole con cui Fagan chiude il capitolo dedicato all’argomento

“Ogni storia ha la sua geografia e da ogni geografia proviene una distinta antropologia. L’analisi critica della paleoantropologia (…) segnala come la specifica e ristretta immagine di mondo anglosassone ha condizionato e non di poco lo sviluppo dell’intera conoscenza del campo. Se l’essenza della produzione naturale è la biodiversità, si cominci con l’accettare la molteplicità anche nell’umano”.

Parole sante e dalle grandi conseguenze, in particolare oggi, quando l’unica differenza che sembra non poter essere accettata è quella di visione, o, come dice Fagan, di immagine di mondo e che l’unico modo giusto e “naturale” di starci, al mondo, sia quello di vincere in un modo o nell’altro la darwiniana lotta quotidiana per la sopravvivenza, che prescrive, se non si vuole essere “giustamente” relegati ai margini e perdenti, di essere più competitivi, ambiziosi, efficienti, efficaci degli altri.

In una parola: più anglosassoni.

Di Franco Ferrè per ComeDonChisciotte.org

NOTE

(*) Per un’approfondita ed appassionante analisi del caso Darwin si legga “Inchiesta sul Darwinismo” di Enzo Pennetta

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